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Ognuno fotografa ciò che è

Trovo che non si sia fotografi in modo esclusivo, nel senso che il fotografo non debba interessarsi esclusivamente di fotografia. Al contrario invece. Credo profondamente che più cose conosca il fotografo del mondo e in maniera più marcata nelle sue fotografie potrà emergere un tratto distintivo, un orientamento pertinente.
Oggi c’è in voga un certo analfabetismo fotografico dovuto dall’uso massiccio di device che scattano e diffondono immagini sgrammaticate, come parole in libertà e il risultato è una sorta di bulimia iconica che sta appiattendo notevolmente il livello culturale e mina la natura stessa di un senso che fatichiamo sempre di più a trovare tra mille “brutti” significanti.
Credo che la fotografia sia un linguaggio in cui il fotografo tenta di esprimere la sua visione del mondo.
Ognuno fotografa ciò che è e ciò che sa.
Se avete letto Kant e Dostoevskij, se vi piace Venezia d’inverno e Roma nelle notti d’estate, se scorgete il genio dietro i dipinti di Caravaggio e non potete far altro che incantarvi davanti a Giotto e Piero della Francesca, se rimanete estasiati di fronte al film Barry Lyndon e ritenete capolavori Accattone e Otto e mezzo e se adorate la Nona di Beethoven, Jimi Hendrix e Michel Petrucciani e poi ammirate le foto di Harari, Berengo Gardin, J.M. Cameron, Avedon, Barbieri, Mulas, Jodice ….. le vostre foto non potranno mai essere brutte, prive di senso, o insignificanti.
Nelle vostre foto ci sarà tutto ciò che siete stati e avete fatto fino a quel momento.

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